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Il gladiatore




Il Gladiatore è stato il successo cinematografico della scorsa stagione. Certo al di là delle spettacolari scene di battaglie e combattimenti, degli accurati effetti speciali, del bisogno di identificazione in un eroe, è ben riconoscibile la maestria e la tecnica di un geniale regista come Ridley Scott. Ma successo commerciale e giudizio estetico a parte, può essere un film come questo uno strumento didattico? Noi pensiamo di sì. Vediamo che cosa ha da dire sulla storia, sulla filosofia, sulla letteratura latina.




Storia



Da questo punto di vista, il film non vuole affatto essere un film storico, ma prende non più che uno spunto dalla storia per poter costruire la vicenda in modo assolutamente libero.

Quali sono gli elementi veri e quali quelli falsi?

E' vero che Marco Aurelio morì nel 180 d.C. a Vindobona durante una spedizione militare, più precisamente contro i Quadi e i Marcomanni; ma non nominò affatto a succedergli il più valente, ma, al contrario, fu colui che reintrodusse il principio della successione diretta a favore del figlio Commodo, accantonando il principio dell'adozione degli imperatori precedenti (che peraltro non avevano discendenti diretti).

E' vero poi che Commodo conducesse una politica autocratica, demagogica e irresponsabile, che amasse i giochi del Colosseo e facesse distribuzioni gratuite al popolo: morì però avvelenato in una congiura ad opera di Leto, capitano delle guardie, ed Ecletto, ciambellano, da lui designati a morte.




Letteratura latina



Nel film sono ben rappresentati caratteri del Romano, quelli teorizzati e messi in luce da Catone il Censore, dal circolo degli Scipioni, Cicerone, Seneca eccetera.

Eccone l'elenco:
1) la PIETAS, devozione, cioè il rispetto verso gli dei, lo Stato, gli avi (il MOS MAIORUM);
2) la FIDES, la fedeltà alla parola data;
3) la GRAVITAS, la serietà di comportamento, cui si riconnettono la DIGNITAS e il DECUS;
4) la COSTANTIA, la condotta di vita in coerenza con se stessi;
5) l'HUMANITAS, la comprensione di in individuo verso l'altro, ma anche il senso del dovere di un individuo verso lo Stato;
6) la MODESTIA, l'attenersi alle norme.

Il generale Massimo è sì deluso verso i suoi dei, di cui si sente uno zimbello, ma mai leva la sua voce contro di loro e accetta il destino che gli hanno riservato (1); d'altra parte dimostra la propria leatà verso lo Stato (1, 5) e tutto il suo amore, rispetto e devozione verso i suoi cari passati ai Campi Elisi, "pregando" di fronte alle statuette dei Penati («Cercherò di vivere secondo la dignità che mi avete insegnato», 2, 3, 4, 6). E' fedele alla propria parola: alla parola data a Marco Aurelio, all'arrivederci detto ai suoi cari ormai trapassati, alla vendetta preannunciata a Commodo (2). Sia in libertà, sia in catene, mantiene la proria dirittura morale (3 e 4). Si prende cura e si interessa delle condizioni dei propri soldati, sostiene e aiuta a salire a cavallo il suo imperatore ormai indebolito dalla vecchiaia, si preoccupa della salvezza di Lucio Vero e di sua madre (6). Massimo è insomma il perfetto Romano.




Filosofia



Di quale filosofia è rappresentante Massimo?

Sicuramente della filosofia stoica, che, tra l'altro, è una filosofia del dovere (1) e predica l'accettazione del fato (2).

Particolarmente significativi il dialogo tra Massimo e il suo servo sul peso del compimento del proprio dovere (1), ma anche il richiamo finale alle parole di Marco Aurelio sull'inevitabilità della morte (2).

Ricordiamo a questo proposito due rappresentanti dello stoicismo romano:
1) Seneca (4-65 a.C.), autore di una Consolatio ad Marciam, i cui temi fondamentali sono:

  • nel soffrire bisogna tenere una misura;
  • il rimpianto dei propri cari è naturale;
  • bisogna prendere coscienza della propria condizione umana.
2) lo stesso imperatore Marco Aurelio, autore di A se stesso (o Pensieri, Ricordi), in cui si trovano entrambi i temi stoici sopra indicati. «Non ti preoccupare se ti tocca compiere il tuo dovere e intanto freddo o caldo ti tormentano; se la testa ti cade pesante di sonno o se invece hai dormito a sufficienza; se mala voce t'accompagna oppure coro di lodi; se stai affrontando pericolo di morte o sei in qualche altra condizione di vita diversa. Del resto anche questa è una delle azioni che la vita seco porta questa appunto, quest'azione per cui si viene a morire. Anche in punto di morte basta dunque che si disponga dell'istante presente» (da Marco Aurelio Antonino, Ricordi,trad. it. di E. Turolla, Rizzoli, 1953 Milano, p. 81).

G. P.




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